Agnello alla cacciatora del Commissario Montalbano

agnello alla cacciatora

Leggo sempre con piacere i libri del Commissario Montalbano e per questa giornata del Calendario  del Cibo Italiano  che lo festeggia,e durante le vacanze ho letto l’ultimo uscito ‘La rete di protezione’ e riletto alcuni di qualche anno fa ‘La voce del violino’, Il giro di boa’, ‘La pazienza del ragno’  . Ogni volta che apro un libro di Camilleri  mi sembra di trovarmi di fronte ad un amico, che rivedo dopo tanto tempo. Mi fa piacere di sentire il suo racconto con  quel suo linguaggio ‘particolare’ fatto di italiano e siciliano, che dopo poche righe, riesco subito  a capire.  E’ come ritornare a casa e ritrovare i profumi ed i sapori  della cucina  dopo  una lunga assenza. Al primo boccone  ti ricordi  con piacere tutte le volte che hai assaggiato quel piatto e i gesti  di chi lo ha preparato.
Non è stato sempre così. Mi è sempre piaciuto mangiare e cucinare, ma da giovane ero stanca  di tutti i piatti della tradizione che mamma e nonna preparavano. Erano gli anni ’80 : leggevo con avidità  le riviste  di cucina  che compravo all’uscita di scuola, sognando di preparare  e di  mangiare quei piatti più leggeri, colorati e moderni.  I miei  desideri, però, rimanevano tali.
Nel periodo  dell’Università, trasferitami  a Firenze,  con una  scarsa dotazione di mezzi tecnici a disposizione, non avevo molte occasioni  di  mettere a frutto le mie letture, che però continuavo a fare insieme ai testi di architettura. In quel periodo con il mio compagno di studi, ora mio marito,  condividevo anche l’interesse per il cibo e in qualche ristorantino, soprattutto ad inizi anni ’90, finalmente riuscivo ad uscire dal campo ristretto della cucina di casa mia. Riscoprivo però in Toscana, che  promuoveva  con gran cura i propri prodotti, il valore positivo della tradizione  e nel contempo riapprezzavo  molte ricette di  casa.
Sono ritornata nelle Marche. Con un lavoro ed una famiglia mia, ho incominciato a cucinare quello che volevo. Se avevo tempo a disposizione,  rispulciavo le riviste  e sceglievo  la ricetta  in cui cimentarmi. Per le feste ed occasioni particolari  con  i familiari, a me era riservato il piatto novità.  Il resto del menu  seguiva rigorosamente la tradizione. Per anni è stato così. Alcune ricette rimanevano esclusiva di mia madre, non perché lei non volesse  il mio aiuto, ma perché concentravo il poco tempo disponibile per provare altri piatti, dato che per i classici potevo contare su di lei.
E’ arrivato il web: un serbatoio sconfinato di ricette e stimoli culinari da cui ho attinto con curiosità, finché non mi sono messa in gioco con il blog. Tra le ricette che ho proposto finora,  se ci rifletto su, non  sono tantissime quelle della  tradizione, che ogni tanto, però, fa capolino  nell’uso di un ingrediente o di una tecnica. Questa è la strada che mi piace seguire attualmente, quando sono libera di scegliere. Sì, perché, ora che mia madre fa più fatica  a cucinare, gran parte  delle ricette tradizionali, nei pranzi delle feste comandate e delle riunioni familiari spetta a me, per cui  gradualmente  mi sto riappropriando della  ‘vecchia’ cucina di casa mia,  che affronto naturalmente con la mia sensibilità e le mie esperienze.
Lascio tuttavia ancora  a mia madre alcuni cavalli di battaglia,  di cui mi fa  sempre piacere  ritrovare il sapore, perché, dopo tanti anni, portano la sua impronta e  rappresentano la sua cultura. E poi,  sono sempre così buoni!!
Anche con le ricette di Montalbano siamo nel filo della tradizione, perché i piatti  che il Commissario predilige sono proprio  quelli. Se avete dei dubbi a proposito, basta leggere nell’ultimo libro uscito, ‘La rete di protezione’, come viene descritto il finger food. C’è una  descrizione particolareggiata degli ingredienti, creata per convincere  il lettore che quel cibo ‘non è cosa’. Questa  dovizia  di particolari descrittivi  manca invece  per  i piatti della tradizione  siciliana  che Montalbano  mangia  in trattoria o  a casa preparati dalla cameriera  Adelina: per molti di essi basta  un semplice  aggettivo, il nome del piatto  e la.descrizione del  piacere  provato dal Commissario, quando si siede a tavola, a far venire l’acquolina in bocca al lettore.  Cosi la golosità  di  Montalbano /Camilleri  ci trasmette, attraverso le tante  ricette  citate  in tutti i libri, il sapore  ed il gusto della   cucina  siciliana.  
Da ‘La voce del violino’  ho scelto di preparare  l’agnello alla cacciatora  che Montalbano  mangia  alla trattoria ‘La cacciatora’
“…Che comanda?”. “Mi porti quello che vuole”. ……Per secondo, una sostanziosa porzione di agnello alla cacciatora che gradevolmente profumava di cipolla e origano. Chiuse con un dolce di ricotta e un bicchierino di anicione come viatico e incoraggiamento alla digestione”.
La mia amica Barbara mi ha portato, proprio poche settimane fa dalla Sicilia, tanto origano profumatissimo e allora ,quando ho letto nel libro la frase di cui sopra,  mi è sembrato che non ci potesse essere un utilizzo migliore che in questa ricetta.
Non sono siciliana quindi ho consultato il web per affrontare la preparazione del piatto. Non ci sono molte indicazioni ,a dire il vero, e quindi ho scelto  di interpretare un po’ liberamente la ricetta tratta da: ‘La cucina siciliana di Maria Adele Di Leo’ sostituendo il prezzemolo con l’origano, visto che Camilleri indica questa versione.
Questo agnello alla cacciatora  è stata una scoperta. Grazie Montalbano!
Agnello alla cacciatora
Ingredienti per 4 persone  1 kg. di spezzatino di agnello, 70 g di triplo concentrato di pomodoro, 50 g di olive verdi, 25 g di capperi, 1 gambo di sedano, 1/2  bicchiere di vino rosso, origano, 1/2  cipolla, olio evo, sale e pepe.
In un tegame a fondo spesso soffriggere la cipolla affettata nell’olio (4/5 cucchiai). Inserire i pezzi di agnello, lavati ed asciugati e lasciar rosolare. Sfumare con il vino rosso e far evaporare. Aggiungere il concentrato di pomodoro e un bicchiere di  acqua. Dopo una decina di minuti unire i capperi, le olive snocciolate ed il sedano tagliato a pezzetti.  Dopo una decina di minuti, aggiungere una bella manciata di origano ed assaggiare per  salare e pepare nella giusta dose. Continuare la cottura per almeno un’ora a fuoco lento, allungando con acqua se necessario.
Questa è la mia ricetta per il Commissario Montalbano e per il Calendario del Cibo Italiano che oggi lo festeggia.
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Liquore all’alloro

In casa la preparazione dei liquori è un’esclusiva di Vittorio, per cui oggi, Giornata Nazionale dei liquori e degli sciroppi del Calendario del Cibo Italiano,  vi illustrerò il procedimento che ha seguito per preparare il liquore all’alloro.  A lui lascio ufficialmente, se non la parola, la macchina fotografica, e colgo l’occasione per ricordare che anche in altri casi è  staro l’autore delle foto di molti miei post.
Abbiamo  provato per la prima volta il liquore all’alloro alla Masseria Narducci, molti molti anni fa, durante una bella vacanza in terra pugliese. Gli ospitali proprietari ce ne offrirono un bicchierino freddo a fine cena: un digestivo piacevolissimo!
Scoprimmo, quindi, questo tipico liquore pugliese, che ormai trova larga diffusione per la sua piacevolezza.
Tornati a casa, abbiamo subito provato a prepararlo e siamo rimasti molto soddisfatti del risultato. Così da allora se troviamo del buon alloro, durante qualche passeggiata, come è successo  quest’anno,  Vittorio coglie l’occasione per mettersi all’opera.
La bassa gradazione alcolica , il gusto aromatico e le sue proprietà digestive  fanno del liquore all’alloro un fine pasto molto apprezzato, che si gusta, in generale, a temperatura ambiente nella zona del Gargano, freddo nel salentino. Data  tuttavia la facile reperibilità  delle foglie di questa pianta in tutta la zona del Mediterraneo, la bevanda è ampiamente diffusa in tutto il Sud Italia.
Le  ricette sono dunque  tantissime, ma la preparazione è assai semplice. Si lasciano in infusione le foglie nell’alcool, aggiungendo in seguito lo sciroppo di zucchero. La durata dell’infusione e della quantità di alcol determinano  l’intensità  del sapore e la sua alcolicità , quindi vi consiglio di provare, nel tempo, diverse dosi fino a raggiungere il risultato a voi più gradito.
Molti usano aggiungere altri ingredienti come la cannella, chiodi di garofano o limone.
L’ ultima ricetta provata da Vittorio è quella più tradizionale con solo foglie di alloro. In questo caso ha utilizzato un alcol a 95° e per abbassare l’alcolicità finale ha aumentato leggermente la quantità di acqua e di zucchero.

liquore alloro

30 foglie di alloro
500 ml di alcool puro a 95°
550 ml di acqua
440 g di zucchero
Preparazione
Prendete un barattolo di vetro  a chiusura ermetica e mettete  in infusione le foglie di alloro, ben lavate e asciugate,  nell’alcol per 6/7 gg , al buio. Agitate ogni tanto.
Quando  ormai le foglie saranno scolorite, filtrate e mettete il liquido in un recipiente  capiente.
Preparate lo sciroppo mescolando a caldo lo zucchero e l’acqua. Quando lo zucchero sarà sciolto, fate raffreddare , unite lo sciroppo all’infuso  e versate nel barattolo a chiusura ermetica che avrete precedentemente ben lavato.
Lasciate riposare  10 gg e poi filtrate ( io ho utilizzato degli appositi filtri di carta per liquori e infusi che potete acquistare in negozi specializzati). Imbottigliate e lasciate riposare  30 giorni, sempre in un luogo buio. Io lo preferisco servirlo ben freddo.

 

Pelle di pesca.Pesca Saturnia, salsa liquida di amaretti e mousse al miele

Le pesche sono il mio frutto preferito e le  adoro in tutte  le varianti che trovo sul mercato. Le trovo anche bellissime per forma e colore
Quest’anno ho scoperto  la pesca  Saturnia® , e ne sono rimasta piacevolmente colpita. Molto dolce e profumata.
E’ una pesca dalla forma schiacciata, da non confondere con la tabacchiera,con  che  da qualche anno viene prodotta  secondo un disciplinare specifico da un’azienda marchigiana che ne ha registrato il marchio.
Conquistata dal suo sapore e dalla sua aromaticità, prima quindi  della pausa di Ferragosto, ho deciso di preparare una ricetta che la veda protagonista.
Con il caldo che ci ha attanaglia,fra una valigia e l’altra da preparare, ho pensato a qualcosa di  fresco  dove l’uso dei fornelli fosse ridotto al  minimo e così è nato questo dessert  che colgo l’occasione di pubblicare nella Giornata Nazionale delle Pesche del Calendario del Cibo Italiano.
E’ stata una scoperta  apprezzare la versatilità di questo frutto che ho utilizzato in questo dolce crudo, cotto ed essiccato.
 Con ‘Pelle di pesca’-pesca Saturnia®, salsa liquida di amaretti e mousse al miele , auguro buone vacanze  a tutti!
Ci ritroviamo  fra qualche giorno nel blog.
Pelle di pesca
Ingredienti per 4 porzioni
3/4 pesche Saturnia®
200 g di panna fresca
1 foglio e 1/2 di gelatina
50 g di miele
70  g di amaretti
10 g di liquore all’amaretto
latte
Mettere la gelatina ad idratare in acqua fredda per almeno 5 minuti. Montare la panna con il miele. Scaldare 30 g di panna senza farla bollire, sciogliervi la gelatina fuori dal fuoco. Far raffreddare fin quando non è a temperatura ambiente ( circa 30/35°). Aggiungere delicatamente la gelatina alla panna montata  mescolando dall’alto verso il basso. Versare la mousse negli stampi  cilindrici  in silicone lasciar raffreddare in frigo per 5/6 ore.
Preparare la salsa di amaretti  mettendoli in una ciotola con il liquore all’amaretto e un cucchiaio di latte. Frullare finemente il tutto,aggiungendo altro latte se la salsa risultasse troppo densa. Far riposare qualche minuto. Passare al setaccio la salsa e conservare in frigo.
 Lavare bene le pesche Saturnia ed asciugarle. Fare una fetta  sottile dal fondo di ogni pesca ( coprite la parte rimasta con pellicola per non farla ossidare) e sistemarla in un piattino che possa andare nel microonde. Scaldare le pesche a 750° per circa 40 secondi. Togliere la buccia   con attenzione e   mettere da parte la polpa morbida. Reinserire la buccia nel microonde alla  massima potenza e controllando ogni 10 secondi assicurarsi che essa diventi croccante ma non bruciata.  Conservare fuori dal frigo.
Al momento dell’impiattamento, Tagliare altre 4 fettine sottili di pesca. Disporne una su ogni piatto di portata. Adagiarvi sopra la mousse al miele. Coprire con la polpa cotta della pesca, la parte superiore e la base delle mousse. Completare con la buccia  di pesca essiccata

Pesca Saturnia©, salsa liquida di amaretti e mousse al miele

 

 

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Tartare di canocchie e pesca bianca in zuppetta fredda di sedano

Qualche sera fa sono stata a cena in un ristorante di Loro Piceno, Casa Azzurra. Un posto incantevole con una cucina da lodare, di cui Vittorio vi parlerà presto in maniera dettagliata. Questa tartare di canocchie e  pesca bianca in zuppetta fredda di sedano non è altro che una mia declinazione personale di un buon piatto che assaggiato lì. Ve lo propongo per la Giornata dei Crudi del Calendario del Cibo Italiano. E’ fresco e gradevolissimo, specialmente in queste giornate calde.Molto facile  e veloce da preparare. A casa amano molto il crudo e quando c’è possibilità di avere pesce freschissimo, non si fanno sfuggire l’occasione per mangiarlo. Questa però è la prima volta che preparo la tartare di canocchie. Volevo farla di mazzancolle, come erano previste dalla  ricetta originale. Stamattina però di mazzancolle fresche neanche l’ombra e allora, ‘necessità fa virtù’, le canocchie dell’Adriatico, ancora vive nella cassettina del pescivendolo, hanno preso il loro posto. Sono proprio soddisfatta di questa variante e ho scoperto che quasi quasi le cannocchie crude le preferisco alla versione cotta, dove si sente troppo la dolcezza di questi crostacei, almeno per me.
 Vi ricordo che per preparare il crudo  il pesce deve essere freschissimo, in particolare le canocchie o pannocchie come le chiamano qui, devono essere vive al momento dell’acquisto. Per sicurezza  alimentare tutto il crudo poi dovrebbe essere abbattuto  a -24°. Nel consumo casalingo si può ovviare con la congelazione.Trovate un utile ed esauriente approfondimento in quest post del Calendario.

Tartare di canocchie e pesca bianca in zuppetta fredda di sedano

Tartare di canocchie
Ingredienti per 2 persone
800 g di canocchie*
1 pesca  nettarina a pasta bianca
2 coste di sedano
menta
sale
pepe
Pulire le canocchie, estraendo la polpa che va tritata grossolanamente e leggermente salata. Preparare una brunoise  con la  pesca, prediligendo la parte con la buccia ( più colorata). Mescolarne 3/4 cucchiai alle canocchie. Aggiungere qualche fogliolina di menta.  Disporre la tartare nei coppapasta  compattando leggermente e riporre in frigo per 20/30 minuti. A questo punto  estrarre il succo del sedano con una centrifuga o estrattore, aggiungendo poca acqua fredda.
Togliere il coppapasta, aggiungere altri dadini di pesca, qualche fogliolina di menta e un pizzico di pepe. Versare il succo di sedano sulla base.

 

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Coppetta di cioccolato con crema diplomatica e lamponi

Possiamo far passare in sordina la Giornata Mondiale del Cioccolato? Non sia mai! Ecco qua,per l’occasione, una bella coppetta di cioccolato con crema diplomatica e lamponi.Qualcosa dal sapore un po’ ‘fresco’, perché siamo  a luglio  e con il caldo, si cercano abbinamenti meno impegnativi anche per il cioccolato, sebbene  in  qualsiasi forma esso si presenti, è difficile resistergli.  
Il Calendario del Cibo Italiano si unisce  oggi, 7 luglio, ai festeggiamenti del World Chocolate Day nel  170° anniversario dell’invenzione della tavoletta di cioccolato  da parte di Joseph Fry . Coppetta di cioccolatoIl cioccolato da mordere ha aperto la strada ad un’infinità di usi  di questo ‘cibo degli dei’ e la pasticceria ha acquisito uno dei suoi ingredienti principe.
Per rimanere in tema di morsi io ho preparato una mia versione del bicchierino di cioccolato, uno dei modi supergolosi di gustarlo:  un guscio croccante con all’interno creme e mousse dai gusti più vari.
Il bicchierino è  diventato una coppetta che contiene lamponi e, per rimanere nella tradizione della pasticceria italiana,una crema diplomatica (unione di crema pasticcera e panna) a cui ho aggiunto anche il cioccolato al latte, per ‘ribadire il concetto’.
Il cioccolato non è temperato per cui il guscio è piuttosto delicato da maneggiare,con qualche attenzione e prendendoci mano (dopo le prime 4) le coppette  si preparano velocemente. 

Coppetta di cioccolato

Ingredienti x 4 coppette
150 g di cioccolato fondente
1 tavoletta di cioccolato fondente per le basi
una vaschetta di lamponi da 125g
2 tuorli
220 g di latte intero
20 g di amido di mais
70 g di zucchero
50 g di cioccolato al latte
100 g di panna fresca
Un pizzico di peperoncino in polvere (facoltativo)

Tritare il cioccolato fondente e scioglierlo a bagnomaria. Versare un cucchiaio  di cioccolato fuso  in uno stampo a semisfera in silicone  (diametro 7 cm circa) e roteare lentamente per coprire tutta la superficie. Fare attenzione che il cioccolato si distribuisca uniformente senza creare un grosso spessore. Continuare a roteare  fin quando il cioccolato è fluido.( Se avete lo stampo a 6 come il mio, la rotazione può  essere eseguita contemporaneamente).Mettere gli stampi a raffreddare  in frigo in modo che il cioccolato si indurisca.

Nel frattempo preparare la crema pasticcera. Scaldare il latte. In una ciotola sbattere i tuorli con lo zucchero. Aggiungere  l’amido di mais, mescolare.Versare il latte caldo a filo e riportare sul fuoco sempre mescolando. Mescolare fin quando la crema si addensa. Aggiungere il cioccolato al latte a pezzettini e farlo sciogliere.Togliere la crema dal fuoco e trasferirla in una ciotola . Far raffreddare coprendo la crema con una pellicola a contatto.
Quando sarà raffreddata, montare la panna ed incorporarla delicatamente  a 200 grammi di  crema pasticcera mescolando dall’alto verso il basso.
Inserirla in una sac a poche con bocchetta liscia grande e conservare in frigo.
Lavare ed asciugare delicatamente  i lamponi tamponandoli.
Ricavare dalla tavoletta di cioccolato quattro quadratini di circa due cm di lato. Regolarizzarne i bordi passandoli su una superficie calda.
Assemblaggio
 Estrarre con attenzione le semisfere dagli stampi. Regolarizzare i bordi passandoli su una superficie calda. Io ho usato un piattino scaldato con il cannello. Visto che il cioccolato non è temperato  e tende a sciogliersi facilmente,vi consiglio di usare dei guanti per maneggiare la coppetta, in modo da non lasciare impronte. Scaldare leggermente la superficie del quadratino con il cannello. Appoggiarvi sopra  la coppetta . Tenere leggermente premuto e ritrasferire in frigo per far solidificare il tutto.
Disporre i lamponi sulla base della coppetta,aggiungere un ciuffo di crema diplomatica al centro e inserire i lamponi della parte superiore. A piacere spolverare sulla crema un po’ di peperoncino.

Coppetta di cioccolato

 

 

 

Cialda di farro con mousse di mortadella e albicocca

Sono giorni pieni di impegni, questi di giugno, e non mi posso dedicare alla cucina quanto vorrei.  Allora vai con ricette piuttosto veloci, come quella di oggi per il Calendario del Cibo Italiano il quale, questo lunedì, festeggia la Giornata Nazionale dell’albicocca. Questo frutto così buono, con il quale preparo soprattutto confetture, stavolta ho pensato di utilizzarlo per  uno stuzzichino, una colorata tartina da  aperitivo. Una cialda di farro con mousse di mortadella e albicocca di veloce  e semplice esecuzione.
Se proprio, con questo caldo, non ve la sentite di accendere il forno, siete  comunque autorizzati a spalmare la mousse sopra un cracker comperato al supermercato, così è ancora più veloce  da preparare, per offrirla ai vostri ospiti come stuzzichino pre-cena. Se volete un consiglio, però, vi conviene preparare queste cialdine in anticipo, in modo da averle a disposizione per ogni occasione perché sono proprio gustose e adatte ad essere  mangiate sia farcite che al naturale.
Cialda di farro con mousse di mortadella e albicocca
albicocca
Per la cialde di farro (n.10) – liberamente ispirata ad una ricetta  de La Cucina Italiana
100 g di farina di farro bianca
acqua
20 g di olio evo
sale
una presa di bicarbonato
Impastare la farina di farro con 3/4 cucchiai di acqua, 20 g di olio, 2 g di sale, una presa di bicarbonato fino a ottenere un composto omogeneo. Se l’impasto risulta troppo duro aggiungere gradualmente altra acqua.
Stendere l’impasto con l’aiuto di un matterello fino a creare una sfoglia sottile. Tagliare con un coppapasta una decina di cialde e trasferirle su una teglia rivestita di carta da forno. Condirle  con un un emulsione di olio e  acqua e cuocerle in forno a 220 °C per 10’.
Per la mousse di mortadella
100 g di mortadella
100 g di mascarpone
latte
Frullare la mortadella  molto finemente con un mixer. Aggiungere il mascarpone e  qualche cucchiaio di latte e sbattere con  le fruste in modo da ottenere una mousse soffice ed omogenea.Inserire in una tasca da pasticcere e conservare in frigo.
Per la preparazione finale
2 albicocche non troppo mature
semi di zucca
Sbucciare le albicocche  e tagliarle a dadini.Guarnire ogni cialda con la mousse di mortadella  e mascarpone, le albicocche e qualche  semino di zucca.

 

Scapece di pesce molisana e abruzzese

Con la scapece di pesce molisana, che ho preparato per la Giornata Nazionale del Carpione del Calendario del Cibo Italiano, facciamo un salto nella cucina costiera del medio Adriatico.
Con il termine ‘scapece’ ci si riferisce ad un particolare metodo di conservazione basato sull’uso dell’aceto.

scapece molisana

Le origini sul nome sono controverse, alcuni suppongono che il termine “alla scapece”, derivi dall ‘arabo sikbag, indicante un piatto  tipico persiano con sugo di carne,aceto ed altri ingredienti. Nel Medioevo il termine si trasformò in “schibeze”, “schinbeci” e “sclubentiam” e la preparazione con gli arabi venne introdotta in Sicilia.

L’arrivo di Federico II di Svevia e il tentativo di integrare la cultura araba con quella siciliana ebbe conseguenze anche in campo gastronomico. Troviamo informazioni molto interessanti al riguardo nel libro di Anna Martellotti ‘I ricettari di Federico II. Dal “Meridionale” al “Liber de coquina”. La studiosa riporta che, nel dicembre del 1239, l’imperatore ordinò al cuoco Berardo di preparare «askipeciam et gelatinam» utilizzando il pesce «de Resina», cioè del lago di Lesina e «askipeciam et gelatinam» sono proprio due conservazioni del pesce fritto sotto aceto e gelatina lungamente descritte nel trattato culinario a lui attribuito ‘ Il Meridionale’, appunto.

Anche gli Spagnoli presumibilmente conobbero la tecnica durante la dominazione araba, la perfezionarono nel tempo dando vita poi all’ escabeche.

Secondo altri studiosi  il termine escabeche ha radici latine e risalirebbe ad Apicio, l’autore di “De re coquinaria” uno dei primi ricettari di cucina a noi pervenuti. Apicio, infatti stanco di tutti i piatti della cucina romana, a base di  “garum” o di “liquamen” , mise a punto  una salsa a base di aceto e aglio che usava in alcune ricette, che si diffusero poi  con il nome di “esca apicium”, cioè letteralmente “pietanza di Apicio”.

Sceglietevi voi la tesi più convincente, rimane indubbio  che stiamo parlando di una tecnica  antichissima, messa a punto quando non esistevano metodi di refrigerazione.
Nel territorio abruzzese-molisano  con questo termine si intende una marinata a base di aceto e zafferano nella quale vengono conservati i pesci una volta  fritti. E’ un piatto che veniva sicuramente preparato  dei marinai a bordo delle loro imbarcazioni e molto diffuso nelle regioni meridionali. Si notano subito infatti elementi in comune con la marinata della scapece salentina (aceto e zafferano). La differenza fondamentale sta nel tipo di pesce utilizzato perché nella ricetta abruzzese-molisana invece del pesce azzurro troviamo razza o palombo, più raramente seppie e calamari.
Il pesce fresco  viene pulito, eviscerato e tagliato a tranci, infarinati e poi fritti in olio extravergine di oliva per 10-15 minuti. Dopo circa un’ora viene immerso in una miscela fatta di aceto, zafferano e altri aromi che dona il caratteristico colore dorato al tutto.
Andando nello specifico per quanto riguarda la costa abruzzese la scapece per antonomasia  è quella vastese, dove si aggiungono anche cipolla e una spruzzata di  Trebbiano d’Abruzzo su ogni strato di pesce con una marinatura che dura almeno una settimana.
Nel Molise, un tempo diffusa anche nell’entroterra, preparata  oggi da pochi produttori ‘scapeciari’  a Montenero di Bisaccia e Termoli la scapece che si trova prevalentemente  nei mercati nelle fiere e sagre della zona, sta quasi diventando un prodotto di nicchia.
La ricetta  di scapece che vi propongo è naturalmente quella molisana (per ovvie ragioni coniugali).

Scapece molisana

Ingredienti
1 kg di razza o palombo
farina di semola q.b.
olio per friggere
2 bustine di zafferano
1 litro di aceto di vino bianco
sale q.b.
Spellare,eviscerare e lavare la razza (o il palombo), tagliarla a pezzi di circa 5 cm. Tamponarla, infarinarla e friggerla  in abbondante olio fin quando non risulta dorata. Scolare e far asciugare su carta assorbente dall’unto eccessivo. Salare leggermente.

In un pentolino scaldare l’aceto con lo zafferano ed un pizzico di sale fin quando non raggiunge l’ebollizione. Una volta caldo ma non bollente  il liquido va versato sul pesce, che va disposto a strati su una terrina in coccio o vetro, terminando con la spruzzata finale.

scapece molisana

Conservare in frigorifero per alcuni giorni prima di gustarla,  ben scolata dal liquido di governo e, volendo, accompagnata da sottoli.

A  Termoli però si prepara  anche la scapece di licette (alicette), un gustosissimo antipasto  con protagonista stavolta il pesce azzurro.
Sempre per mantenere il quieto vivere coniugale non potevo esimermi dal prepararle.
Le note caratteristiche della ricetta sono in questo caso aglio, salvia ed aceto naturalmente.

Scapece di licette

scapece di licette

500 g di alici piccolissime
100 g  di farina di grano duro o semola
Aceto di vino bianco 1 bicchiere
Acqua 2 bicchieri
Olio extravergine d’oliva
2 spicchio di aglio
Salvia
Olio extra vergine di oliva
Sale q.b.
 
Le alicette ideali sono quelle piccolissime che si trovano in primavera e si mangiano intere, si possono utilizzare anche quelle più grandine, come nel mio caso, per preparare la scpaece tutto l’anno.
Lavare delicatamente le alicette (se sono quelle più grandi eviscerarle), sgocciolarle, tamponarle ed infarinarle.
Friggere in abbondante olio, una volta dorate scolarle, sistemarle in una ciotola di vetro o in coccio, cospargendo i vari strati con aglio tritato e foglioline di salvia.
In un pentolino scaldare aceto, acqua, un pizzico di sale. Questo liquido, caldo ma non bollente va versato sulle alicette.
Far riposare almeno 24 ore, meglio se 2/3 giorni prima di consumarle.

scapece di licette

 

 

Amandovo

amandovoColgo l’occasione della Giornata nazionale della mandorla  del Calendario del Cibo Italiano per presentarvi l’amandovo, dolce non molto noto e un po’ dimenticato, a base di mandorle dolci, amare,uova e cioccolato.
La ricetta che vi propongo  è tratta dal libro  ‘Ricette, ricordi, racconti. I dolci della tradizione maceratese’ di M. Di Chiara.  Qui l’ho visto per la prima volta, perché  è un dolce diffuso principalmente nelle cittadine della costa marchigiana al confine con l’ascolano nel periodo natalizio. In particolare, però, è  il dolce tipico di Porto S.Giorgio, dove . Dicono che vi sia stato introdotto da un pasticcere piemontese trasferitosi nella cittadina agli inizi del secolo scorso e che sia poi  diffuso  velocemente  diventando un ‘must’ negli anni 50/60  nelle pasticcerie e nei forni.  La ricetta in poco tempo è passata nelle case tanto da diventare quasi un dolce della tradizione. Da un luogo all’altro può  leggermente cambiare nome: mandovolo, amandovolo, mandorlovo, ma la  sostanza resta la stessa . Un impasto a base di mandorle dolci e amare non spellate ridotte in farina, rivestito da un guscio croccante di cioccolato fondente e granella di mandorle o  nocciole.Non servono altre parole per spiegare come mai  in tempi ben lontani dalla globalizzazione ha avuto tanto successo!

 

 
Ingredienti
100 g di  mandorle non spellate (o 50di mandorle dolci e 50g di mandorle amare)
80 g di farina 00
5 uova
50 g di burro molto morbido
3/4 di bustina di lievito per dolci
50 g di fecola
100 g di zucchero
1/2  fialetta di aroma alla mandorla ( se non si dispone di mandorle amare)
Per la copertura
200 g di cioccolato fondente
100 g di granella di mandorle (o nocciole)
30 g di burro
Tostare in forno prima le mandorle non  spellate e poi  la granella. Far raffreddare. Tritare molto finemente nel mixer le mandorle intere, insieme ad un cucchiaio di zucchero, tolto dalla dose totale. Montare molto bene ( fin quando il composto scrive) 2 uova intere e 3 tuorli insieme allo zucchero rimanente. Quando il composto è pronto aggiungere il burro a fiocchetti morbidi e amalgamarlo con attenzione. Se lo unite sciolto e intiepidito mescolatelo poco alla volta all’impasto.Unire la farina setacciata insieme al lievito ed aggiungere l’essenza di mandorla ( se avete usato le mandorle amare  bastano un paio di gocce).
Montare le chiare a neve e incorporarle con la spatola dall’alto in basso. Versare il tutto in uno stampo da plumcake imburrato ed infarinato e cuocere nel forno caldo a 180° per 40/50 minuti. Controllare con lo stecchino se il dolce è cotto. Lasciarlo  nel forno spento  per altri 5 minuti e poi sfornarlo. Quando è tiepido rovesciarlo sulla gratella  (base verso l’alto)  e farlo  raffreddare.
Nel frattempo tritare finemente il cioccolato e farlo sciogliere  bagnomaria o al microonde a bassa potenza insieme al burro.
Se necessario regolarizzare  il dolce, tagliando via eventuali cupolette formatosi  in cottura. Ricoprire l’amandovo freddo con il cioccolato fuso  e disporre la granella solo sulle pareti laterali. Per fare questo io ho  ricoperto dapprima la parte superiore e i lati lunghi con il cioccolato . Ho appoggiato le pareti laterali del dolce sulla granella allargata  (tenendolo per i lati corti) premendo  bene per far aderire le mandorle tritate. Poi ho spennellato i lati corti e fatto aderire delicatamente la granella  su questa parte con le mani. Infine  rigare il cioccolato della parte superiore del dolce con i rebbi di una forchetta  per tutta la lunghezza.
amandovo

Frittata con patate taleggio e fiori di salvia

Non ho un gran pollice verde. Dico sempre che in casa mia le piante presenti  sono l’esempio della selezione naturale:solo le più forti riescono a sopravvivere, perché io non dedico loro nessuna attenzione. Giusto l’acqua ogni tanto.La salvia del balcone rientra fra queste. Ogni inverno diventa così scheletrica, che una persona normale si impietosirebbe vedendola. Io no. Ormai so  che senza fare nulla, con l’arrivo della primavera riprende vita. Anzi, l’aspetto ogni volta per vedere se si rinnova il ‘miracolo’.
Così anche quest’anno sono tornati foglie e fiori. Fiori che sono bellissimi e che,un paio di anni fa, ho deciso di trasportare dal vaso nel piatto. Hanno il gusto della salvia e arricchiscono con sapore e colore una semplice frittata,facendola diventare una gioia per gli occhi e per il palato.
Oggi  Giornata Nazionale della Frittata per il Calendario del Cibo Italiano ve la propongo in una versione un po’ più ricca, con patate e una crema al taleggio, ma se andate di fretta potete  farla solo con  uova e  parmigiano. L’aggiunta dei fiori di salvia darà comunque la sua nota diversa  e particolare.

Frittata con patate taleggio e fiori di salvia

Frittata con patate taleggio e fiori di salvia

 

Ingredienti
6 uova
4/5 cucchiai di latte
30 g di parmigiano grattugiato
4 patate di media dimensione
100 g di taleggio
olio
sale
pepe
fiori di salvia lavati ed asciugati
Lessare le patate, sbucciarle e schiacciarle. Farle raffreddare. Sbattere le uova molto bene con un frusta, aggiungere nell’ordine 2 cucchiai di latte,il parmigiano, 1/2 cucchiaio di olio, 50 g delle patate schiacciate e qualche fiore di salvia lavato ed asciugato.Mescolare bene il tutto. Versare il composto in una  pirofila rivestita di carta forno leggermente unta di olio.
Far cuocere in forno a 160° per 20/25 minuti.
Nel frattempo  tagliare a dadini il taleggio privato della buccia.Farlo sciogliere  a fuoco basso con un po’ latte (3/4 cucchiai) in un pentolino , aggiungere le patate rimanenti. Mescolare velocemente perché tende ad addensare in fretta. Togliere dal fuoco e continuare per qualche minuto a  mescolare per eliminare eventuali grumi. Regolare di sale e di pepe. Distribuire il composto in una sac a poche con beccuccio liscio o a stella.
Quando la frittata è pronta, estrarla  dalla pirofila e dividerla a quadretti. Aspettare qualche minuto ( io avevo fretta e la crema si è inevitabilmente rilassata un po’) e formare dei ciuffi  di crema al taleggio su ogni  quadretto. Decorare  con i fiori di salvia. 
Se la servite fredda, mettete la crema  quando la frittata non è calda in modo che la crema non perda  la forma.

Frittata con patate taleggio e fiori di salvia

 

 

 

 

Dai monasteri piceni i buffi funghetti

Per il GN dei dolci del convento  del Calendario del Cibo Italiano ho preparato i ‘funghetti’, dolcetti tipici di molti monasteri del Piceno.
Ho conosciuto questi biscottini croccanti e dalla forma curiosa ,nel monastero delle suore domenicane di Loro Piceno. Quanti ricordi sono associati a questi funghetti!! Nel Monastero Suor Maria Pia (zia Maria) li offriva agli ospiti e molti dopo aver fatto loro visita uscivano con il vassoietto impacchettato  con la carta velina bianca e chiuso dal nastrino dorato. Suor Gabriella che li preparava  nella cucina seicentesca ci  aveva fatto vedere più volte dove li metteva a cuocere, le teglie che usava,ma è stata sempre un po’ restia a darci la ricetta. Peccato le venivano così bene!  Ora pensandoci, forse  capisco perché   non voleva divulgarne la ricetta. Molti in paese erano golosi dei funghetti e le suore,  quando li distribuivano, si sentivano come le sorelle che le avevano precedute nel tempo, perché fino ai primi anni del Novecento ricorrere ai dolci monastici erano una consuetudine della società italiana.Essere depositarie  di un sapere che andava custodito era forse anche una necessità se come leggo nel libro ‘La cucina dello spirito’ * a cura di Tommaso  Luchetti è riportato che in un convento delle  clarisse della zona  ancora nei tardi anni settanta , la cuciniera Suor Maria Francesca racconta alla studiosa che la intervista ”in tutti i monasteri del nostro ordine si fanno diverse qualità di paste dolci per i benefattori.A chi viene in parlatorio non possiamo offrire solo chiacchiere,perché i discorsi non fanno farina…’.  
Nel tempo però ,spesso è capitato che dalle cucine monastiche le  ricette si diffondessero nelle case, nei forni e nelle pasticcerie del territorio.
Per quanto riguarda i funghetti,non ho mai visto questi dolcetti in vendita se non ad Offida dove sono addirittura  il dolce tipico del paese. Qui hanno forme leggermente differenti da quelli che facevano le suore, ma  la ricetta da cui entrambi prendono avvio è  la stessa.  Ora  il monastero di Loro Piceno è chiuso e per rifare i funghetti  alla maniera delle suore, o almeno provarci,  ho  seguito la ricetta pubblicata nel libro  di cui sopra, in cui viene  trascritta dagli appunti manoscritti ottocenteschi ” Note varietà del Venerabile Monastero Santa Chiara conservato  dalle Clarissa di Montegiorgio, Fermo”.

 

Ingredienti
Zuccaro libbra 1, Farina libbra 1. Pari quantità, dunque.
Con 50 g di farina e 50 g si zucchero ne sono venuti 8.
Il procedimento  è quello del libro*, spiegato  alla studiosa  nel 1976 dalla comunità religiosa. Mescolare farina e zucchero,volendo anche un odore di anice. Aggiungere piano piano l’acqua fredda, poca perché l’impasto deve risultare duro. Si deve lavorare a lungo. Alla fine si formano delle palline grandi come noci. Da ogni pallina  si ricavano dei funghetti con la forma della foto avendo cura di  buttare nella farina i funghetti pronti, mentre si preparano gli altri. Disporre i funghetti distanziati, appoggiandoli dalla parte più larga, sulla teglia infarinata (io ho usato la carta forno) e far  asciugare per 24 ore. Cuocere a fuoco bassissimo fin quando il funghetto si divide, facendo  fuoriuscire  parte dell’interno.  La  parte superiore rimane bianca, la parte inferiore forma un piccolo disco , il piedistallo su cui si appoggia il funghetto.

funghetti

Vi dico  subito che i funghetti  di Suor Gabriella  erano  più  belli. Il cappellino è venuto quasi identico duretto e vuoto all’interno,ma la base caramellata era molto più grande e colorata. Penso che  a fare la differenza sia la cottura. Ho fatto vari tentativi,perché  l’indicazione fuoco bassissimo è piuttosto generica. Alla fine, per ottenere questo risultato ho cotto  a 120º  in modalità statica per circa 1 ora, in modalità ventilata per altri 80 minuti circa.Non sono andata oltre per paura che bruciassero.
* ‘La cucina dello spirito .Storia, segreti,ricette della mensa monastica dal Piceno alle Marche’ a cura di Tommaso Luchetti,il lavoro editoriale.